LETTERA APERTA AL PRESIDENTE SERGIO MATTARELLA

“LA SITUAZIONE È CRITICA: SIAMO LAVORATORI DI SERIE A+, MA SOTTOPAGATI”.

Caro Presidente Mattarella,
ci permettiamo di rivolgerci a Lei in questo modo, perché rispecchia meglio di altri, più formali, il fatto che l'autorevolezza che le riconosciamo e che ha dimostrato nel gestire in modo pacato ma forte il proprio ruolo istituzionale in questi anni così difficili, è per noi vestita anche di affetto.

È per questo che desideriamo consegnare nelle sue mani, per noi sicure, questa lettera aperta, che vuole essere un messaggio rivolto a tutto il nostro paese.

Ci presentiamo: siamo soci lavoratori di una cooperativa sociale di solidarietà, COMIN, fondata il 30 aprile del 1975 a Milano.

Vogliamo richiamare la situazione di marginalità riservata nel nostro paese al lavoro sociale.

È un grido di allarme, ma è anche un grido dispiaciuto, indignato che richiede attenzione e maggiore giustizia.

Sì, è proprio ingiusto il modo in cui non viene riconosciuto nel nostro paese il lavoro sociale ed educativo. Veniamo chiamati a prenderci cura di chi è in difficoltà, bambini, famiglie, anziani, persone con disabilità, ma nonostante la vicinanza di alcuni, siamo lasciati soli e sminuiti sotto diversi aspetti.

Il poco riconoscimento all'interno del sistema di cura determina modalità di lavoro molto faticose e poco retribuite. Lo sappiamo, le risorse per gestire il welfare sono ancora poche, ma chi le gestisce crea spesso disuguaglianze, quando esternalizza servizi che non è in grado di gestire direttamente, senza neanche riconoscerne il costo adeguato.

Siamo trattati come lavoratori di serie b, anche se non lo siamo.

Ci sentiamo lavoratori di serie A+, per quanto e come lavoriamo.

Siamo lavoratori di serie A+ sottopagati.
Basti come esempio considerare la situazione degli educatori nella scuola e paragonarla con quella degli insegnanti di sostegno, categoria che già si può sentire come marginale e poco riconosciuta.
Il nostro impegno orario è per lo meno doppio, abbiamo diverse difficoltà pratiche in aggiunta, quella ad esempio di non essere retribuiti in caso di assenza dei ragazzi seguiti, quella di doverci spostare tra diverse scuole nella stessa giornata... e infine quella di essere pagati significativamente meno. Pare di lavorare a cottimo. Questo accade perché non siamo assunti direttamente dallo Stato e non certo per differenze di competenza.
Potremmo anche ricordare gli educatori che lavorano nelle comunità di accoglienza per minori o nel sostegno educativo domiciliare. Sempre disponibili ad esserci per accogliere situazioni di fragilità, grandi fatiche, anche se spesso non percepite.
Anche durante la prima esperienza di lockdown, il nostro essere rimasti lì, aver continuato a lavorare sempre “in presenza” in casa con i ragazzi oppure vicini a famiglie in difficoltà, nonostante tutto e con impegno necessariamente moltiplicato, è rimasto quasi del tutto invisibile.
Rispetto al riconoscimento economico, i lavoratori del sociale potrebbero essere annoverati ormai tra i nuovi poveri: quelli che una volta venivano chiamati sottoproletari, anche se necessariamente corredati di titoli universitari.
Eppure non ci sentiamo "sfigati". E siamo certi di non esserlo!
Non lo siamo per due ordini di motivi tra loro connessi.

Il primo di questi si radica nella scelta. Il nostro esserci e il nostro operare sono frutto di una scelta personale e collettiva che per questo si fa carico in modo collettivo delle motivazioni e dei disagi, unico modo per non essere schiacciati dalla situazione di precariato che ci connota (nonostante la cooperativa abbia come base minima il rispetto dei contratti di categoria, utilizzi prevalentemente contratti di assunzione a tempo indeterminato e curi in tutte le forme possibili il benessere dei propri soci lavoratori anche applicando un contratto di secondo livello) e per riuscire nonostante tutto a viverla in modo generativo. Sta anche in questo l'anima del nostro essere cooperativa. Purtroppo sappiamo come spesso nel nostro paese l'essere cooperativa sia una scelta opportunistica e falsa che inquina il nostro mondo: mistificazioni e sfruttamenti che devono essere combattuti con decisione.

E poi c'è il secondo ordine di motivi che si ricollega al nostro essere generativi. Siamo consapevoli che con il nostro lavoro, con la nostra presenza noi partecipiamo al governo della città.
È per questo che siamo qui. È una consapevolezza che ci connota, che appartiene al nostro DNA. Un gruppo di cittadini che si organizza per contribuire a costruire pezzi di vita della nostra città, della nostra comunità perché, nonostante tutto, vogliamo utilizzare questa parola.

Ci siamo costituiti per fare questo e ancora lo facciamo. E insieme a noi lo fanno tanti altri. E per questo che nonostante tutto, nonostante l'indifferenza e, a volte, l'ostilità che ci circonda noi ci sentiamo parte della Repubblica, perché ne incarniamo il senso stando con le mani, il cuore e i piedi piantati qui, in questo terreno.

Il nostro lavoro è pubblico: è di tutti, per tutti. Per questo nel nostro lavoro noi siamo Repubblica. Ce lo diciamo spesso. Guai a dimenticarcene: si rischia di perderne il vero sapore. E lo siamo spesso in maniera più reale di quanto avviene nelle istituzioni dello Stato. Anzi a volte ci pare di vivere in un paradosso e di percepire che certo Stato remi contro la Repubblica.

È in questa posizione e con queste convinzioni che poniamo domande e che chiediamo aiuto per trovare la strada per uscire assieme da questa deriva che caratterizza il nostro Paese.

Perché in Italia è così? Perché in altri paesi europei, anche quelli con noi confinanti, la situazione a questo proposito è spesso notevolmente diversa?

Esistono ancora tra i nostri giovani motivazione e disponibilità per dedicarsi a questi compiti a questo lavoro, che per noi è impegno politico, presuppone amore per la comunità.

Perché è necessario proporre a loro queste condizioni di lavoro? Perché svilire questa disponibilità che spesso finisce per diventare incompatibile sul piano economico con le richieste della loro vita?

Del resto notiamo, con dispiacere che ci scoraggia, come questa marginalità economica sia specchio della marginalità che ci viene riconosciuta anche sul piano culturale. C'è un modo di pensare, una cultura, meglio dire sottocultura, che ci marginalizza, ci reputa inutili, quando non approfittatori. Una sottocultura che spesso appartiene anche a persone chiamate ad amministrare i nostri territori e quindi espressione della maggioranza dei nostri concittadini.

Come sentirci ancora espressione della comunità, della Repubblica a cui apparteniamo e che incarniamo nel nostro lavoro? Certo, è necessario che questa incongruenza ingiusta sia presa in mano in modo consapevole dal sistema e da chi ne è responsabile. È necessario un ripensamento culturale che sappia far crescere nuova sensibilità nel paese. Si rendono necessarie nuove modalità di rapporto istituzionale, a cominciare dai livelli locali. Nuove modalità di governo delle città che sappiano integrare le responsabilità istituzionali con le energie e le competenze presenti nella comunità.

Porre attenzione a come i cittadini partecipano ogni giorno al governo della città, da soli o organizzandosi, può essere una strada da percorrere per uscire dalla crisi di senso che attraversa le nostre democrazie occidentali.

Riconoscere, valorizzare e saper inserire il tutto in un disegno politico organico. E da parte nostra trovare il modo di esserci davvero, in modo autonomo, in questo impegno comune.

Ci piacerebbe sapere che dopo questa lunga lettera non siamo più invisibili ai suoi occhi.

Ci piacerebbe sapere che cosa ne pensa e se condivide la nostra visione.

Ci piacerebbe avere il suo appoggio per capire come rendere visibile nel paese alle istituzioni e ai cittadini, la questione del lavoro sociale, per trovare vie di uscita efficaci da questa situazione ingiusta e vergognosa per la nostra civiltà.

Prima di concludere ci teniamo a fare una precisazione: abbiamo parlato della nostra situazione di operatori, ma per noi, in ogni passaggio, era chiaro che la nostra marginalità è specchio della marginalità delle persone con cui lavoriamo, dei cittadini con cui lavoriamo. Ci sentiamo, con umiltà, una strada praticabile del loro percorso verso una piena cittadinanza. Anche loro sono Repubblica. Con noi verso tutta la comunità.

La ringraziamo per la sua attenzione e speriamo in una Sua risposta.

Affettuosi saluti,
I soci lavoratori e i soci volontari di Cooperativa COMIN rappresentati dal Presidente Emanuele Bana.

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